domenica 29 marzo 2015

HARLEM, IL CUORE NERO DELLA GRANDE MELA

“Se avessi a disposizione un solo giorno cosa faresti?” Questa domanda mi è stata posta da un’amica il giorno seguente il mio rientro da New York lo scorso dicembre. Come lei mi ha fatto notare, ho risposto subito senza esitazioni: “Harlem, andrei ad Harlem”.
Situato indicativamente a nord di Central Park dove occupa un’area molto estesa, Harlem non è semplicemente uno dei tanti quartieri di Manhattan ma rappresenta una parte importante della storia di New York sotto molteplici aspetti.


Harlem è la culla della cultura afroamericana. Un luogo da sempre autentico e ricco di stimoli artistici e culturali. Come tutti sappiamo ad esempio qui ha origine il Jazz, genere musicale che tra gli anni ‘20 e ‘60 ha portato alla nascita di alcuni dei locali notturni più famosi della città. Oltre al leggendario Apollo Theatre, tra i tanti merita di essere ricordato il Big Apple Restaurant and Jazz Club, ora non più esistente ma dal quale pare abbia origine il più noto appellativo attribuito alla città. Si dice infatti che, prendendo in prestito il  nome dell’allora noto locale, furono proprio i jazzisti a battezzare la città come Grande Mela.


Harlem è la sua ricca eredità architettonica. Principalmente risalenti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, sia le sue eleganti e ordinate row houses, le case a schiera spesso della caratteristica pietra bruna, talvolta coloratissime, sia le sue splendide residenze signorili, permettono al quartiere di vantare alcune delle strade più belle di Manhattan. E’ inevitabile abbandonarsi a un vagabondaggio senza meta nell’isolato di Striver’s Row e farsi conquistare dalla semplice eleganza architettonica delle sue dimore.


Harlem è il cuore spirituale dell’America nera. Assistere ad un messa gospel in una delle tante chiese disseminate per il quartiere è decisamente un obbligo. Una vera e propria esperienza dell’anima, una delle migliori che New York vi potrà regalare e che io e il maritozzo ci siamo concessi per ben due volte.
La prima, come da tradizione, di domenica mattina presso la Metropolitan Baptist Church, la seconda presso l’Abyssinian Baptist Church la sera della vigilia di Natale. La scelta è sempre stata casuale e affidarvi al caso è quello che vi consiglio. Gironzolando per le strade di Harlem incontrerete moltissime chiese e sono sicura che ovunque capiterete andrà benone. Io e il maritozzo infatti siamo entrati alla Metropolitan, chiesa di medie dimensioni e poco affollata, semplicemente perché la funzione sarebbe cominciata da lì a poco, mentre abbiamo scelto l’Abyssinian, la chiesa più nota di Harlem molto grande e gremita sia di turisti sia di persone del posto, perché l’unica che abbiamo trovato aperta la sera della vigilia. L’esperienza è stata ugualmente indimenticabile. Ho adorato entrambe le funzioni, che a grandi linee si svolgono allo stesso modo, seppur con le dovute differenze che mi hanno portato a preferire talvolta aspetti dell’una, talvolta aspetti dell’altra.
Ovunque sicuramente rimarrete affascinati dal look delle signore che per l’occasione tireranno fuori il loro abito migliore e sfoggeranno acconciature elaborate, spesso accompagnate da imprevedibili cappellini! Altre figure particolari, sempre presenti sia per accogliervi e farvi accomodare prima dell’inizio della funzione, sia per congedarvi al termine, sono gli uscieri: simpatiche signore vestite di bianco dalla testa ai piedi,  tanto da guadagnarsi l’appellativo di crocerossine, in un caso, eleganti e formali Ladies e Gentlemen nell’altro. Ah, ricordatevi che giustamente non potete lasciare la chiesa prima del termine della funzione, a meno che non desideriate essere pubblicamente cazziati dagli uscieri e guardati in malo modo dagli altri fedeli. I tempi sono di norma abbastanza lunghi, la funzione della domenica è durata ben 2 ore e 45 minuti! Ma è stata talmente appassionante che non ci è pesata per nulla, se non quando un certo languorino ha cominciato a farsi sentire! Alla vigilia, credo semplicemente per la particolarità dell’occasione, la durata è stata limitata ad un’ora e trenta.
L’unica e indiscussa protagonista è pero la musica Gospel, una musica popolare caratterizzata da contenuti a tema evangelico. Gospel infatti significa Vangelo. Non si tratta solamente di una forma musicale, ma di una vera e propria preghiera dove tutti, pubblico e cantanti, accompagnati non solo dall’organo ma anche dal basso e dalla batteria, sono inevitabilmente coinvolti da una travolgente esplosione di fede e dall’anima gioiosa e allo stesso tempo profondamente devota degli afroamericani. E’ uno spettacolo allo stato puro, di quelli che ti toccano dentro. Mi sono ritrovata in piedi a cantare e a battere le mani, felice ma allo stesso tempo con le lacrime agli occhi. I cori sono stati entrambi fenomenali, ma mentre all’Abyssinian ci siamo trovati di fronte dei professionisti con voci davvero strepitose, alla Metropolitan eravamo in presenza di un coro che definirei più casalingo ma non per questo meno piacevole e coinvolgente.
Estremamente appassionante è stato anche il sermone, in particolare quello del Reverendo McDaniel della Metropolitan, un vero e proprio showman! Più pacato l’intervento all’Abyssinian, ma azzarderei nel dire che probabilmente la vigilia non era l’occasione giusta per una fervente polemica.
Altro momento molto emozionante, indistintamente durante entrambe le funzioni, è stato quando è toccato ai fedeli dire la loro. Chiunque poteva alzarsi, chiedere la parola e portare la propria testimonianza di vita e di fede. Spesso si è trattato di storie piuttosto tristi, come la perdita di un caro o del lavoro, ma riportate sempre con spirito speranzoso e profondamente devoto. Davvero ammirevole.
E alla fine è arrivato anche il momento imbarazzo, quello in cui è toccato a noi prendere parola! Ebbene sì, alla Metropolitan una simpatica crocerossina ha brevemente intervistato uno ad uno tutti i forestieri presenti alla funzione. Prima ci è stato gentilmente chiesto di alzarci e poi ecco lei arrivare col microfono alla mano per porci le classiche domande di rito: “Come vi chiamate? Da dove venite? Perché siete qui?”. A malapena il tempo di rispondere che per tutti noi sono partiti applausi e ovazioni! All’Abyssinian invece noi ospiti eravamo troppi, quindi ci è stato semplicemente fatto cenno di alzarci in piedi per portarci a casa, manco a dirlo, un’altra acclamazione.
Nonostante mi sia dilungata, riversando nello scritto tutte le emozioni che ancora porto vivissime nel cuore, mi rendo conto che assistere ad una funzione gospel ad Harlem è un’esperienza necessariamente da vivere per essere compresa . Ammetto infatti che le mie parole, e nemmeno quelle del più talentuoso degli oratori, potranno mai farne percepire la magia.


Harlem è soul food. La cucina della tradizione afroamericana. Terminata la messa, il nutrimento dello spirito non poteva che continuare con il cibo dell’anima. E mentre la sera della vigilia siamo stati calorosamente invitati a prendere parte al rinfresco che si teneva in una delle sale dell’Abyssinian, brindando con sidro caldo e condividendo dolci strepitosi, nella giornata di domenica ci siamo concessi un vero e proprio tipico pasto soul. Una rivelazione.
Naturalmente ovunque ad Harlem troverete locali pronti a farvi assaporare la cucina tipica del sud degli States, ma io vi consiglio vivamente di dirigervi da Amy Ruth’s. Innanzitutto il locale è l’autentico riflesso dello spirito afroamericano: chiassosamente allegro e colorato, tappezzato da murales raffiguranti i ritratti delle più influenti figure di colore della storia, della musica, dello sport e dello spettacolo che danno il nome anche alle pietanze del menù. Cominciamo subito con del delizioso e soffice cornbread, un pane dolce di mais, col quale veniamo omaggiati appena prendiamo posto a sedere. Al momento dell’ordine non abbiamo avuto dubbi e abbiamo scelto i veri classici della cucina afroamericana, pescegatto e pollo fritti, quest’ultimo col miele e entrambi accompagnati da due contorni a scelta, tra i quali non potevamo far mancare le mitiche patate dolci. Eravamo indecisi se provare anche il classico waffel dal quale spesso questi piatti sono accompagnati, ma al momento abbiamo preferito di no, anche se in realtà mi è rimasta una gran curiosità di questo insolito abbinamento. Sarà per la prossima volta!
Inganniamo l’attesa facendo due chiacchiere con i vicini di tavolo, finché non arrivano i due piattoni contenenti le prelibatezze che stavamo aspettando. Le porzioni sono tipicamente USA, vale a dire enormi! Le immagini non rendono, ma si tratta di quattro lunghi e cicciosi pezzi di pesce gatto e di un pollo quasi intero! Devo ammettere che ero timorosa di fronte a quella super quantità di cibo fritto con chissà quale olio e avevo già ipotizzato nefaste conseguenze, invece che sorpresa! Lo posso affermare con assoluta certezza: è stato il miglior fritto della mia vita! Per niente unto, spesso al punto giusto e croccantissimo fuori ma talmente tenero da sciogliersi in bocca dentro. Una vera e propria goduria! E né io, né il maritozzo abbiamo avuto il minimo problema digestivo. E’ stato semplice come mandar giù un bicchiere d’acqua, ma decisamente più gustoso! Un fritto perfetto, tanto da farmi pensare che non potrei trovarne di migliori Come sarebbe possibile?? Io proclamo Amy la regina del fritto! E anche i dolci avevano un aspetto così invitante! E’ stato struggente doverci rinunciare, ma non c’era proprio più spazio nel mio pozzo quasi senza fondo.




Insomma, avrei ancora molto da raccontare su Harlem ma penso e spero di avervi fornito sufficienti informazioni per farvi comprendere come un viaggio nella Grande Mela senza dedicare almeno una giornata al suo cuore nero perda gran parte della sua magia e del suo significato più profondo e autentico.


Amen.

venerdì 20 marzo 2015

LE GIORNATE DI PRIMAVERA DEL FAI: IL GIARDINO DELLA KOLYMBETHRA

I soldi per viaggi e cultura sono sempre ben spesi. I meglio spesi! Metto mano al portafoglio volentieri se devo prenotare un volo, visitare un monumento o entrare in un museo. Ah, e ovviamente anche quando si tratta di deliziare il palato. Allo stesso tempo però, da buona ambasciatrice del low-cost quale sono, non mi faccio scappare le opportunità di poterlo fare risparmiando. E di occasioni ce ne sono a volontà. Le giornate di primavera del Fondo Ambiente Italiano sono una di queste. Il 21 e 22 marzo, semplicemente con un’offerta libera, potrete visitare uno o più dei ben 780 luoghi gestiti dal FAI sparsi in tutto lo stivale, alcuni dei quali aperti in via del tutto eccezionale per l’occasione.
Di certo nell’imminente weekend non mancherò di scoprire almeno uno dei posticini nascosti nei miei dintorni, ma l’occasione di visitare uno di questi gioiellini l’ho già sfruttata pochi giorni fa. No, non ho aspettato le giornate di primavera. D’altronde parliamo di luoghi dove l’arte o la natura, se non entrambe, la fanno da protagonista e, come ho detto prima e lo ribadisco, non penso ci siano quattrini meglio spesi.


Ma dove sono stata esattamente?
Al Giardino della Kolymbethra.
Ancora Sicilia. Esattamente nel cuore della meravigliosa Valle dei Templi, sulla quale non mi soffermerò perché mi auguro non ce ne sia bisogno.
Il motivo per cui voglio parlare del Giardino della Kolymbethra è perché si tratta di un’area verde bellissima, perché è uno dei luoghi del FAI, ma anche e soprattutto perché ho potuto constatare che purtroppo questo piccolo tesoro viene spesso snobbato. E senza nessunissima ragione!
L’ho già detto che siamo all’interno del magnifico parco archeologico agrigentino, un luogo da favola, tra i più belli al mondo e che fortunatamente attira viaggiatori da tutto questo mondo. Basti pensare che l’ultima volta che ci sono stata era un piovoso lunedì di marzo, ma fortunatamente non si può proprio dire che i visitatori scarseggiassero. Ciò mi ha veramente riempito il cuore di gioia! So bene che è un sito visitatissimo, ma il fatto che mi trovassi lì in un lunedì, non coincidente o ravvicinato ad alcuna festività, per di più con un tempo capriccioso e assolutamente inusuale per l’Isola, mi aveva fatto pensare che ne avrei potuto godere in esclusiva o quasi. Felicissima che non sia andata così!
Ma allora perché all’interno del Giardino della Kolymbethra, oltre a me e al maritozzo ho contato un unico altro esploratore??
Magari i 30 minuti che vi abbiamo trascorso non sono significativi e appena ce ne siamo andati è stato preso d’assalto? Bah, posso anche concedermi il beneficio del dubbio, ma non è che ne sia proprio convinta…
Allora forse perché il biglietto è a parte? No, dai, ditemi che non è così. L’ingresso al sito archeologico e al giardino è rispettivamente di 10€ e 4€, mentre se si fa il biglietto cumulativo se ne spendono 13. Mi rifiuto di credere che sia qualche monetina in più a bloccare i visitatori. Dai, con tutto il ben di Dio che sono sicura avrete ingurgitato durante il vostro soggiorno siculo, rinunciate a un arancino/a e a un cannolo, che tanto lo so che ne avete abusato, e dirottate su quest’angolo di paradiso. Poi sarà che trovo la Valle dei Templi talmente meravigliosa che secondo me 10€ sono pure pochi, quindi non vedo perché non investire quegli spicci per andare alla scoperta di un’altra meraviglia.
Oppure non sarà che passa in secondo piano perché non ben visibile agli occhi del visitatore? Mmmh, non credo. C’è un cartello bello grande con il logo FAI ben in vista e una frecciona ad indicare l’ingresso. Il giardino sì è nascosto, ma l’insegna d’ingresso, direi proprio di no. Ingresso che tra l’altro è nei pressi dei resti del Tempio dei Dioscuri. No, non passa inosservato. Poi capisco che si è storditi dalla bellezza dei templi e, in questa stagione anche dai colori dei mandorli e dei prati in fiore, ma direi che, anche se sicuramente meno affascinante, il cartello si vede, e come se si vede!
E allora perché? Perché tra i tanti visitatori del parco, solo 3 coraggiosi si sono avventurati in tal posto ignoto? Se ne avete anche una vaga idea, per favore fatemelo sapere. Così, giusto per capire.


Io intanto colgo l’occasione per parlavi di questo tesoro naturalistico e paesaggistico, sperando di convincervi a non tralasciarlo, anche se sicuramente già appagati dall’ineguagliabile bellezza dei templi agrigentini.
Il giardino della Kolymbethra è immerso in una piccola valle, infatti e necessario scendere alcuni gradini prima di giungere a fondo valle e poter procedere all’esplorazione.
Qui la natura è generosissima! I protagonisti sono di certo gli agrumi. Tutti quanti, nessuno escluso! Troverete alberi carichi di aranci, mandarini, mandaranci, limoni, cedri e pompelmi e sarete inevitabilmente avvolti dal loro profumo e abbagliati dalle loro tinte vivaci. Non mancano anche mandorli, olivi, fichi d’india, gelsi, ginestre e tante altre specie botaniche caratteristiche della macchia mediterranea che indisturbata regna sovrana. Nel mezzo di questa natura rigogliosa potrete inoltre scorgere gli antichi acquedotti e il caratteristico sistema di irrigazione tradizionale arabo.


A questo punto potete fare come me e il maritozzo. Dopo aver passeggiato a ritroso nella storia all’interno dell’area archeologica ed esservi fatti ipnotizzare dai colori e dai profumi della  Kolymbethra, godetevi una meritata pausa ristoratrice su una delle numerose panchine disseminate tra la ricca flora del giardino. Pausa nel nostro caso accompagnata da una fettona di sfincione e da qualche pasta di mandorla, opera di un panificio che abbiamo incrociato poco prima di imboccare la strada panoramica dei templi che ci avrebbe condotto in questo eden.

Che bella la vita!



domenica 15 marzo 2015

UNA VERA E PROPRIA DICHIARAZIONE D’AMORE A TAORMINA E ALLA GRANITA SICILIANA

Scegliere il titolo di questo blog è stato moooolto difficile! Ero arrivata a stilare una discreta lista di alternative, ma nessuna mi convinceva pienamente. Nessuna mi rispettava appieno ed esprimeva allo stesso tempo il mio amore per i viaggi e il buon cibo. Poi improvvisamente, quando già avevo sentenziato “Va beh, non riesco a trovare un titolo, che vuoi che mi metto a scrivere un blog??”, ecco l’illuminazione! Mai abbastanza. E’ perfetto. Due paroline che esprimono proprio me e quello che vorrei comunicare.
Ero già convinta, il nome sarebbe stato quello, sì,  ma prima dello squillo di trombe volevo testare la reazione del maritozzo. Passano sì e no 5 minuti e due neuroni si collegano: “Mai abbastanza… Never enough…” Una canzone dei miei Cure, il mio gruppo preferito, per il quale ho fatto e continuerò a fare pazzie finché campo! E’ perfetto. E poi quanti viaggi ho fatto per vederli dal vivo?? E’ proprio grazie a Robert che ho scoperto quello che per me è il posto più bello del mondo e il suo impareggiabile patrimonio gastronomico. Tutto torna! Non sono più due le passioni legate a quel titolo, sono ben 3, c’è anche la mia musica!
Nome del blog confermato. Ora posso anche giurarlo al Padre Eterno. E no, non c’è neanche bisogno del consulto del maritozzo!




Ma  andiamo al sodo: qual è per me il posto più bello del mondo? Non ho dubbi, la nostra regione più estesa, un’isola meravigliosa: la Sicilia.
L’ho scoperta 10 anni fa praticamente per caso. L’obiettivo era proprio quello di assistere al concerto dei miei amati Cure presso il meraviglioso Teatro Antico di Taormina. Francamente del dove non me ne importava nulla, il concerto avrebbe potuto essere in qualsiasi parte dell’universo. Invece era lì, in Sicilia. E’ stato un vero e proprio colpo di fulmine. Di quelli che si trasformano in amore vero, eterno. Da allora il mal di Trinacria non mi ha più abbandonato e sono volata nel meraviglioso triangolo del Mediterraneo numerosissime volte, scorrazzando tra le sue meraviglie in lungo e in largo. Questa terra la sento mia. E’ lì che mi sento a casa, non in palude padana. Naturalmente non ho dubbi di essere stata una fiera sicula in una vita precedente (e anche africana, ma di questo parliamo un’altra volta). Il mio sogno sarebbe potermi svegliare ogni mattina con i suoi colori, i suoi odori, la sua luce. Andrebbe bene ovunque. Mappa dell’isola alla mano, occhi bendati, punto il dito a caso: comunque vada andrà benissimo! Ma se potessi scegliere, vorrei lei, la farfalla distesa sul Monte Tauro e affacciata sullo Ionio. Taormina. Adoro tutto di lei, anche le sue numerose scale (giusto una settimana fa, per la milionesima volta, sono scesa e risalita dalla mia adoratissima Isola Bella a piedi, per di più sotto la pioggia, se non è amore questo!). E poi parliamoci chiaro: ma in quale altro posto al mondo potrei allo stesso tempo ammirare un pezzo di storia ben conservato come il meraviglioso teatro greco, un maestoso vulcano fumante  con il profilo delle sue affascinanti gobbe che si tuffano nelle onde del mare e la curva del golfo di Naxos? Per me questo scorcio non ha eguali! Se potessi avere di fronte agli occhi questo spettacolo ogni giorno, non avrei più problemi. Sarei immortale!




Ma andando ancora più al sodo, vogliamo parlare dei sapori siculi? Il mio primo impatto con la cucina isolana è stato con la famosa granita. Mai avrei immaginato che questa prelibatezza potesse sconvolgere i miei sensi! E come se mi fossi innamorata del più brutto della classe, quello che mi stava pure sulle palle. Perché da polentona concepivo la granita come ghiaccio, sciroppo e coloranti. Gusti rigorosamente menta, limone e, ho i brividi a sciverlo, coca-cola. Insomma una schifezza. Io odio questo miscuglio, di conseguenza pensavo di odiare anche la vera granita siciliana. Immaginavo fosse migliore, di sicuro più buona di quella che si trova da noi, ma non credevo  fosse tutt’altro! Niente di totalmente simile a ciò che viene solitamente servito fuori dall’Isola, un’altro pianeta proprio! Per esempio sapete che nella vera granita il ghiaccio è out? Bandito proprio! Ci sono solo acqua, zucchero e frutta fresca o cioccolato, caffè, pasta di mandorla e tanto altro, a seconda del gusto che preferite. Inoltre la vera granita non la troverete mai in quegli orrendi aggeggi di plastica roteanti, ma va conservata dentro ai pozzetti, in vaschette di acciaio chiamate carapine.
Per farvi capire il mondo che mi si è aperto quando ho iniziato a comprendere che si trattava di qualcosa di completamente differente da ciò che credevo, nonché lo shock che ho provato assaporando per la prima volta la granita, quella vera, vi racconto il mio primo approccio con questa squisitezza. Però, mi rivolgo in particolare ai lettori siculi perché coi lettori del continente siamo più o meno nella stessa barca, promettete di non prendermi in giro!
Dunque, siamo io e l’allora futuro maritozzo. E’ mattina, posiamo i nostri zaini nel b&b che ci ospiterà nei giorni a venire e, già entusiasti degli scorci che abbiamo potuto ammirare durante il tragitto Fontanarossa – Taormina, decidiamo di non perdere tempo e uscire subito alla scoperta di Tao. La ragazza che gestisce il b&b ci suggerisce di andare a fare colazione al Bam Bar con granita e briosche.
“Scusa, puoi ripetere? Ho capito che ci dicevi di fare colazione con granita e brioche!” dico io, scoppiando a ridere.
 “Sì, granita e brioche, qui facciamo colazione così.”
In totale innocenza, non demordo e replico “Davvero? Che strano!”
“Ma no, è come il cornetto nel cappuccino. Provate, sentirete che bontà!”
Allontanandoci, io e il maritozzo ci chiediamo “Come il cornetto nel cappuccino?? Cioè la brioche va pucciata nella granita??” Siamo ancora più perplessi, ma decidiamo di fidarci. D’altronde era così convinta. E poi se non lo sa lei!
Bene, arriviamo al Bam Bar. L’impressione è subito positivissima: il locale, dove la caratteristica ceramica sicula la fa da padrone, è in un’incantevole angolino nascosto nel centro di Taormina. Ma d’altronde tutta Taormina sembra essere un gioiellino e noi siamo lì per fare la nostra prima tipica colazione siciliana, è quello che conta, quindi aspettiamo ad esaltarci, anche perché non è che siamo ancora proprio convinti. Troviamo subito posto e ci accomodiamo in uno dei graziosi tavolini esterni.  Lo capiremo solo in seguito quanto siamo stati fortunati, visto che solitamente il locale è sempre pienissimo e fare la fila è più che usuale, ma ne vale sempre la pena.  Arriva il proprietario, il mitico Saretto, che ci elenca i gusti disponibili  e noi scegliamo due classici: pesca e fragola, con l’aggiunta di panna.  Ci chiede anche se vogliamo la brioche. Sì certo, dobbiamo pucciarla nella granita! Passano pochi minuti e arrivano questi due bei bicchieroni, i cui colori solari mettono subito allegria! E non c’è ghiaccio! L’aspetto è quello di una specie di fresca e invitante mousse. Ah, e vogliamo parlare della brioche? Anche in questo caso non si tratta della brioche polentona. O, se preferite, del cornetto. Si tratta della mitica brioscia col tuppo! Un’invitante pagnotta dolce color caramello con una piccola rotondità in cima, il tuppo per l’appunto. Tuppo, per la serie “Le figure di merda di una polentona al sud”, non significa tappo come credeva la sottoscritta. Significa chignon, a riprova che in Sicilia tutto è sempre così poetico! E al Bam Bar le brioche arrivano direttamente dal panificio vicino: è un piacere vedere il mitico Ciccio tornare con il vassoio da panettiere pieno di briosce! Vi sarà quindi chiaro che il primo impatto, quello visivo, è stato un successo. Le pupille hanno gioito, e, si sa, in Sicilia non potrebbe essere altrimenti. Che han detto invece le papille? Beh, al primo assaggio loro hanno avuto un mancamento! Dal piacere! Un nettare divino dolce,fresco e cremoso allo stesso tempo.  Non avrei mai immaginato che una granita potesse sconvolgere la mia vita! Di diventarne dipendente cronica! E’ la bontà sicula che più mi manca quando sono lontana dall’Isola e la prima che cerco quando ci torno. Quante ne ho mangiate, sono diventata un’assaggiatrice professionale di granite! Ne ho provate di tantissimi gusti, in tantissimi locali, in tutta l’Isola! E vengo anche presentata come tale! Proprio lo scorso weekend mi trovavo a Catania e sono uscita a cena con delle amiche. Una di loro mi ha presentato ad altre ragazze in questo modo “Lei è Esploratrice Golosa e mangia un sacco di granite, anche tre o quattro di seguito!”. E’ vero, mi imbarazza un po’ dirlo, sono arrivata a mangiarne quattro di seguito. E’ il mio record in sequenza. Quello giornaliero è di otto granite. Questi numeri però li faccio solo al Bam Bar. Altrove sono arrivata al massimo a due consecutive. La loro granita è insuperabile, non teme rivali! Saretto è un genio, non solo per quanto le fa buone, ma per tutti i gusti che ha ideato! Più di venti, alcuni giustamente stagionali, tra cui per la frutta spiccano gelsi, fichi bianchi, ananas, kiwi, banana, ma anche ricotta, nutella, cioccolato bianco. Tutti questi gusti potrebbero far storcere il naso ai puristi. C’è infatti chi sostiene che la granita siciliana debba limitarsi ai classici due/tre gusti. Addirittura un conoscente sosteneva che per lui la granita era solo al limone. Bene, costui dopo essere passato al Bam Bar, dove si è concesso altre varianti oltre al limone, il commento è stato “Mamma mia, che granite!”.




Insomma, io regalerei qualche hanno di vita per fare colazione lì e così tutti i giorni…


mercoledì 11 marzo 2015

LA MIA FILOSOFIA





OGNI OCCASIONE E' BUONA PER ESPLORARE

Personalmente la strada che devo percorrere è ancora tanta, anzi tantissima, ma il sentiero è stato tracciato e non ho alcuna intenzione di fermarmi! Poco importa se con il maritozzo, un’amica o da sola, appena si può io mi butto e vado! E non è necessario volare chissà dove, nel Belpaese e le occasioni per esplorare sono ad ogni angolo.
E poi per me esplorare significa anche semplicemente uscire a pranzo sola, in quel localino nascosto con il menù sfizioso che mi ispira tanto, un giorno che sono in ferie mentre gli altri sono al lavoro.



MENTE APERTA, NON PORSI LIMITI

Ho un’innata attrazione per il Sud. A partire dal nostro meridione, fino al continente che mi aveva conquistato ancora prima di poterne calpestare il suolo, l’Africa. Verso Sud punta sempre la mia bussola, ma la mia voglia di esplorazione mi porta ovunque, perché sono consapevole che ovunque avrò per certo qualcosa di cui meravigliarmi e da imparare. Ho delle preferenze, ma non c’è luogo in questo universo che non stuzzichi la mia fame di conoscenza. Come in ogni ambito della vita, la curiosità del confronto non deve mai mancare!
Naturalmente tutto ciò vale anche a tavola. Escluso il ristorante italiano in cui ho lavorato da giovincella a Londra, mai e sottolineo mai, mi incontrerete in un ristorante tricolore o mi vedrete gustare prelibatezze nostrane al di fuori dei confini italici. Mi piace far sperimentare il mio palato che, a volte anche inaspettatamente, ne esce quasi sempre piacevolmente gratificato!


USARE TUTTI I SENSI

In viaggio o in procinto di assaporare qualche prelibatezza…trattasi sempre di un’esperienza sensoriale completa. Almeno per me. Tutti e 5 i sensi ai massimi livelli. E’ così che voglio vivere!


LIBERTA' ASSOLUTA

Ahimè, la vita quotidiana impone spesso orari e regole. Proprio per questo quando viaggio esigo la libertà assoluta: scelgo io dove, chi, come e quando.


ADATTABILE E RESPONSABILE

Rispetto dell’ambiente, delle tradizioni e della cultura locale. Sempre. Cerco di non dimenticare mai che, fuori dalla porta di casa, sono un’ospite.


FAI DA ME

Nei miei viaggi… che iniziano sempre molto prima di partire. Direi quando scelgo la destinazione. Anzi no, prima ancora. Quando inizio a pensare dove potrei dirigermi e una folta rosa di alternative mi si para davanti. E poi, passo dopo passo, inizio a creare a mia immagine e somiglianza il mio percorso, fantasticando e sognando ad occhi aperti. Sto già viaggiando. E’ bellissimo, non potrei mai rinunciare a questa fase: la mia creatura che inizia a prendere vita piano, piano!
Nei miei vagabondaggi culinari… dove nella stragrande maggioranza dei casi è l’istinto a regnare sovrano e ci azzecca sempre! Vado fiera di questo mio potere magico, quello di scovare ottimi posti dove rifocillarmi e azzeccare le migliori portate del menù!


LOW-COST, HIGH-VALUE

Nel XXI secolo, dove viaggiare è a livello economico accessibile come non mai in precedenza, dove sono riuscita a volare in Europa con 30€ e a pagare 20€ una matrimoniale di tutto rispetto nei pressi di una località da mozzare il fiato, nonché patrimonio Unesco, prestare attenzione al portafoglio lo ritengo più che un dovere. Insomma, non sono soddisfazioni spendere un terzo del passeggero che ti sta a fianco per lo stesso volo?!
E anche a tavola vi assicuro che le occasioni perché il palato faccia festa a fronte di una spesa più che accettabile, ma senza -questo mai - rinunciare alla qualità, sono numerosissime.